Unità Aristotele

Lezione Vita e opere di Aristotele

La pratica della lettura

La personalità e la dottrina di Aristotele in lotta contro la tradizione

Il grande studioso svedese Ingemar Düring, una delle massime autorità nel campo degli studi aristotelici, nel suo volume del 1966 dal titolo Aristotele critica i numerosi luoghi comuni addensatisi intorno alla figura dello Stagirita, tra cui quello secondo il quale, mentre Platone è il filosofo “incompreso”, in particolare dal ceto politico, Aristotele è invece il sapiente di successo grazie alla sistematicità e all’evidenza delle sue dottrine. La situazione è invece esattamente opposta: Aristotele deve fronteggiare una tradizione a lui contraria quando egli è ancora in vita. Tutto questo, d’altra parte, non sembra toccare la costruzione del sistema aristotelico, che si rivela lineare, concettuale e logicamente rigorosa grazie all’uso di un linguaggio scientifico e argomentativo.

«Le testimonianze sulla personalità e sul carattere di Aristotele derivano quasi tutte dalla tradizione a lui avversa: è la situazione storica che spiega come questa tradizione sia così ricca e multiforme. Quando Platone morì, ormai da quarant’anni guidava la sua scuola. Era un uomo celebre, e già al momento della morte veniva considerato una figura storica. L’Accademia era un’istituzione ben salda, e i successori e gli scolari di Platone fecero del loro meglio per continuare la sua opera; essi si preoccuparono anche di raccogliere le sue opere e di metterle in commercio. Abbiamo buoni motivi per credere che ancor oggi noi possediamo tutte le opere che Platone aveva scritto nel corso della sua vita; le citazioni platoniche degli autori antichi, nella misura in cui sono credibili, possono facilmente essere rintracciate nel testo di Platone che oggi possediamo. I numerosi frammenti papiracei e le citazioni provano inoltre quanto rapidamente e quanto largamente si sia diffusa la conoscenza delle sue opere. La sua memoria fu celebrata con la stesura di biografie e con esposizioni della sua dottrina: se anche aveva dei nemici, essi erano tuttavia così insignificanti che la loro voce non trovò ascolto. Una tradizione antiplatonica si formò al più presto un secolo circa dopo la sua morte, ma a quell’epoca questa tradizione trovava un valido correttivo nelle sue opere, che erano accessibili nelle biblioteche pubbliche.

Del tutto diverso è il caso di Aristotele; ad Atene egli era sempre stato considerato uno straniero; la casa di suo padre si trovava a Stagira, quella di sua madre a Calcide, sua moglie veniva dall’Asia minore; non era il capo di una scuola, era soltanto uno dei molti professori stranieri dell’Accademia. Aveva appena conseguito una certa posizione come professore quando si vide costretto, a causa dei suoi legami con la Macedonia, a fuggire in Asia minore. Quando fece ritorno, circa tredici anni dopo, arrivò come amico intimo di Antipatro, il reggente della Macedonia. Si facevano molti pettegolezzi sui suoi rapporti con Ermia; insomma, aveva pochi amici e molti nemici. La molla di questa avversione era per alcuni l’odio politico: Teopompo e Teocrito di Chio, per esempio, odiavano Ermia a motivo della sua intromissione negli affari di Chio e riversarono quest’odio anche su Aristotele; Democare e Timeo trasmisero ai posteri questa calunnia ispirata da un motivo politico.

Altri invece erano ostili ad Aristotele perché avversavano il suo insegnamento e la sua filosofia. Fin da giovane Aristotele si era trovato in dissenso con Cefisodoro, un discepolo di Isocrate, sui principi della retorica; Isocrate e i suoi scolari avevano grande influenza in Atene, e la continua ostilità tra Aristotele e la scuola isocratea ha lasciato più di una traccia nella tradizione biografica. Aristotele inoltre aveva rotto anche con i suoi compagni dell’Accademia: durante la sua permanenza all’Accademia aveva criticato talvolta senza riguardi le teorie di Platone e dei suoi colleghi Eraclide, Speusippo e Senocrate. Anche con la scuola megarica si trovava in contrasto per questioni dottrinali; Eubulide, un membro della scuola, gli rispose con oltraggi personali. Gli Eristi sono rappresentati nella tradizione avversa di Alessino, i Pitagorici in quella di Licone; ma i suoi nemici più esasperati si trovano fra gli Epicurei […]. La campagna denigratoria condotta dagli Epicurei ha lasciato tracce profonde, e sarà destinata a rivivere nel Rinascimento per opera di Gassendi e Patrizzi.

La tradizione antiaristotelica era dunque già affermata e diffusa quando Aristotele era ancora vivo, e non si può dire che lui stesso fosse esente da colpa; la sua origine e i suoi legami di parentela spiegano certo i suoi rapporti con la Macedonia, ma si comprende molto bene che l’abbiano reso sospetto agli occhi degli Ateniesi di sentimenti nazionalistici. Al tempo della sua giovinezza, poi, si mostrava nelle sue lezioni polemico e conscio del proprio valore, e talora non privo di arroganza. Dietro le chiacchiere sul suo atteggiamento di opposizione nell’Accademia si trova perciò probabilmente anche un granello di verità; è vero che la polemica di Aristotele non ha mai un tono personale, bensì si appunta sempre solo sulle teorie dell’avversario in questione; però, quando un giovane – mosso, a quanto ritiene ed afferma lui stesso, dalla verità in persona – nei cortili dell’Accademia rinfaccia ai suoi colleghi più anziani che le loro teorie sono stolte, ingenue o irragionevoli, assurdità o vuote chiacchiere, possiamo poi meravigliarci se coloro che sono oggetto di questa critica se la prendono a male, e cercano di rifarsi in qualche modo?

La prima reazione contro la tradizione ostile ad Aristotele si trova in Filocoro, uno storico attendibile, contemporaneo di Teofrasto. Nella sua opera storica costui tratta degli avvenimenti del 306, quando Sofocle, con l’appoggio dell’oratore Democare, fece votare dal popolo un decreto per cui tutti i filosofi di professione dovettero lasciare Atene. Il fatto offrì a Filocoro l’occasione per uno sguardo retrospettivo sui rapporti fra Accademia e Peripato: a questa fonte risalgono le notizie cronologiche sulla vita di Aristotele che noi possediamo in tre redazioni. Filocoro confuta anche alcune delle accuse mosse ad Aristotele: non è vero che Aristotele avesse cominciato soltanto tardi la sua attività di professore; non si era staccato dall’Accademia e non aveva fondato una scuola propria, che potesse rivaleggiare con l’Accademia. Va da sé il valore di queste antiche affermazioni, che confutano le odiose accuse mosse ad Aristotele.

Chi si è occupato a lungo delle opere di Aristotele ha talvolta anche l’impressione di vedervi rispecchiata la sua personalità. È impossibile non riconoscervi la sua forte coscienza morale che, del resto, non lascia traccia solo nelle opere di etica e di politica. Egli rileva spesso il valore della probità scientifica e il suo fondamento nel carattere dello scienziato: “la natura deve averlo dotato in modo tale, che egli risponda a ciò che gli viene presentato con un corretto amore e con una giusta avversione; solo in questo caso può decidere correttamente che cosa è il meglio”. Così caratterizza il suo amico Eudosso: “La sua dottrina che il piacere è il valore supremo incontrò maggior credito grazie alla purezza del suo carattere che per se stessa. Egli era cioè un uomo di non comune temperanza, e perciò si aveva l’impressione che non avanzasse la sua teoria come amico del piacere, bensì che fossero le cose a essere in realtà così”. Da questo passo trapela anche uno spiraglio di luce sulla bigotteria scientifica dell’Accademia. [...]

Ora, negli scritti migliori, quella di Aristotele è una limpida prosa scientifica che, malgrado la sua schietta aderenza all’oggetto, serba un accento personale quasi in ogni frase. Ne ammiriamo la concisione e l’acutezza dell’espressione spesso intraducibile, la ricca varietà degli strumenti linguistici, con cui esprime in una forma adeguata le sue proposizioni e le sue asserzioni, e comprendiamo allora come si apprezzasse la forza di persuasione insita nella sua esposizione. Non è eccessivo affermare che Aristotele è il creatore della prosa e della forma espositiva scientifica: lo si vede chiaramente quando si proceda a un confronto con le opere migliori del Corpus Hippocraticum; quella secchezza di cui tanto si parla è senza dubbio consapevolmente voluta, e Aristotele era del parere che un linguaggio fiorito non convenga all’argomentazione scientifica; per lo scienziato che ricerca la verità è più adatta la fredda oggettività.

Egli evita perciò le parole poetiche e rare; desume la sua terminologia per gran parte dal linguaggio quotidiano: “dobbiamo cercare, quando manchino i termini, di crearli noi stessi per riuscire chiari e perché il lettore possa seguire facilmente”. W. Wieland ha mostrato molto bene come egli sapesse attenersi all’espressione più naturale anche nelle argomentazioni più astratte. Aristotele ha sfruttato fino all’estremo la possibilità, tipica della lingua greca, di presentare un universale come qualcosa di determinato ricorrendo all’articolo determinativo; l’espressione “in quanto”, raramente usata da Platone, fu da lui sviluppata fino a diventare uno strumento che gli dava la possibilità di isolare un aspetto di una parola; quanto grande sia l’importanza di questa struttura linguistica è dimostrato, per esempio, dalla definizione del concetto di kinesis. Il Wieland dice giustamente che la scoperta aristotelica dell’“in quanto” costituisce de facto una scoperta del concetto».

I. Düring, cit., pp. 24-29.

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