Unità Aristotele

Lezione La suddivisione del sapere e le origini del problema metafisico. La “filosofia prima” e le quattro cause

La pratica della lettura

La classificazione delle scienze e la “filosofia prima”

Nella Metafisica (VI, 1, 1025 b 1 – 1026 a 35) Aristotele discute della cosiddetta “tripartizione delle scienze”, ponendola in relazione con la scienza in più alto grado, ossia la “filosofia prima” o “teologia”. Si tratta di una suddivisione che, nella cultura occidentale, riveste un’importanza fondamentale; infatti dalla sua accettazione o negazione dipendono il tipo e il grado di razionalità che verranno attribuiti ai diversi ambiti del sapere umano. Così, se si ammette che accanto alle scienze teoretiche o “contemplative” si trovano anche le scienze pratiche (etica e politica) e le scienze poietiche (le arti e le tecniche), avremo una nozione articolata e plurale di razionalità, in cui nessuna forma può dirsi “superiore” all’altra, ma solo diversa. Al contrario, se per esempio si nega il carattere di “scientificità” alla filosofia pratica, avremo una razionalità “monologica”, in cui l’etica e la politica non saranno più considerate come ambiti autonomi del sapere, ugualmente legittimi e dotati di propri principi esplicativi, ma solo come applicazioni secondarie, subordinate alle scienze “pure” come la matematica e la fisica. In ogni caso, queste scienze teoretiche dipendono sempre – per Aristotele – dalla filosofia in quanto “scienza prima” dell’essere, la quale potrà anche assumere il nome di “teologia” o “metafisica” (termine, peraltro, attribuitole dai suoi successori).

«Noi stiamo cercando i princìpi e le cause degli esseri, ma, ovviamente, degli esseri-in-quanto-esseri. C’è, infatti, una certa causa della salute e del benessere fisico, e ci sono anche princìpi ed elementi e cause degli enti matematici, e, in generale, ogni scienza discorsiva o partecipe di una certa dose di pensiero discorsivo si occupa di cause e di princìpi più o meno esatti. Però tutte queste scienze, concentrandosi su un essere determinato e su un determinato genere, si occupano di esso, ma non dell’essere in senso assoluto né in quanto essere, né danno alcuna spiegazione dell’essenza, ma, partendo già da essa – alcune considerando l’essenza come evidente alla sensazione, altre assumendola come postulato – dimostrano in modo più o meno inconfutabile le proprietà essenziali di quel genere di cose di cui esse si occupano; e appunto perciò è evidente che, da un tale criterio di indagine, non scaturisce alcuna dimostrazione della sostanza o dell’essenza, ma un altro modo di darne indicazione.

Similmente tali scienze non dicono nulla neppure circa l’esistenza o la non-esistenza del genere di cose di cui esse si occupano, e tale reticenza è dovuta al fatto che spetta al medesimo procedimento del pensiero il compito di dar conto dell’essenza e dell’esistenza del genere stesso. Poiché anche la fisica è una scienza che si occupa di un certo genere dell’essere (essa, infatti, ha per suo oggetto quel genere di sostanza che ha in se stessa il principio del movimento e della quiete), essa non è, ovviamente, né una scienza pratica né una scienza produttiva [poietica] (infatti, per quel che concerne le cose prodotte, il principio risiede nel producente, tanto se questo sia un intelletto quanto se sia un’arte o una qualche capacità, mentre, per quel che concerne le cose pratiche, il principio risiede nell’agente, ed è un atto di libera scelta, giacché l’oggetto dell’azione e quello della scelta si identificano); di guisa che, se ogni attività del pensiero è o pratica o produttiva o contemplativa [teoretica], la fisica non potrà essere se non attività contemplativa, ma contemplativa di quel genere di essere che ha la possibilità di muoversi, e di una sostanza che ha per lo più una sua forma, ma che, soltanto, non è separabile dalla materia. È, però, indispensabile non perdere di vista i modi dell’essenza e della definizione, poiché senza la conoscenza di essi la ricerca non approda a nulla. [...]

Pertanto, da quello che abbiamo detto risulta chiaramente che la fisica è una scienza contemplativa; e anche la matematica è scienza contemplativa, ma, almeno per ora, non è chiaro se essa si occupi di enti immobili e aventi un’esistenza separata, sebbene sia chiaro che alcuni settori della matematica studiano i loro enti in quanto immobili e in quanto separabili. Se, d’altra parte, esiste qualcosa di eterno e di immobile e di separabile dalla materia, è evidente che la conoscenza di ciò è pertinenza di una scienza teoretica, ma non certo della fisica (giacché questa si occupa solo di alcuni enti mobili), né della matematica, ma di un’altra scienza che ha la precedenza su entrambe. Infatti la fisica si occupa di enti che esistono separatamente ma non sono immobili, e dal canto suo la matematica si occupa di enti che sono, sì, immobili, ma che forse non esistono separatamente e sono come presenti in una materia, invece la “scienza prima” si occupa di cose che esistono separatamente e che sono immobili.

E se tutte le cause sono necessariamente eterne, a maggior ragione lo sono quelle di cui si occupa questa scienza, giacché esse sono cause di quelle cose divine che si manifestano ai sensi nostri. Quindi ci saranno tre specie di filosofie teoretiche, cioè la matematica, la fisica e la teologia, essendo abbastanza chiaro che, se la divinità è presente in qualche luogo, essa è presente in una natura siffatta, ed è indispensabile che la scienza più veneranda si occupi del genere più venerando. E però, se le scienze contemplative sono preferibili alle altre, questa è preferibile alle altre scienze contemplative.

Noi potremmo chiederci, in realtà, se la filosofia prima sia universale o se essa si occupi di un genere determinato e di una determinata natura (giacché nemmeno le scienze matematiche seguono tutte un medesimo criterio di indagine, ma la geometria e l’astronomia si occupano di entità che hanno una determinata natura, mentre la matematica generale studia tutte queste entità insieme); se, pertanto, non si ammette l’esistenza di alcun’altra sostanza al di fuori di quelle che sono naturalmente composte, la fisica, allora, dovrebbe essere la scienza prima; ma se esiste una certa sostanza immobile, la scienza che si occupa di questa deve avere la precedenza e deve essere filosofia prima, e la sua universalità risiede appunto nel fatto che essa è prima; e sarà compito di questa scienza contemplare l’essere-in-quanto-essere, cioè l’essenza e le proprietà che l’essere possiede in-quanto­-essere».

Aristotele, Metafisica, trad. it. di A. Russo, cit., pp. 173-176.

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